venerdì 23 giugno 2017

Da "Funeralopolis - A Suburban Portrait" al senso del documentario

Abbiamo avuto la possibilità di vedere in anteprima Funeralopolis - A Suburban Portrait di Alessandro Redaelli, un'opera tutta italiana, presentata al Biografilm Festival di quest'anno, che ci ha portato a riflettere su quello che è il significato del cinema documentario.

Senza troppi giri di parole veniamo catapultati nella vita di Vash e Felce e subito capiamo che direzione prenderà il film. Ci teniamo pronti a osservare decine di aghi che bucano la pelle dello stesso gruppo di giovani disadattati. I luoghi ripresi sono certamente coerenti con il genere di oggetti-soggetti con cui lo spettatore entra in cruda intimità. Raramente si ha a che fare con spazi pubblici che non puzzano dell'odore di vomito e eroina di cui i protagonisti sono pregni, e quando questo accade è attraverso un rapido montaggio di immagini, quando inquadrature e movimenti di macchina decidono di acquisire più spessore nei confronti della narrazione. È proprio l'elemento registico, nel momento in cui questo raggiunge il suo picco, a dichiararci le intenzioni dell'opera. Questa, infatti, sembra perseguire la sua direzione iniziale senza deviazioni, fino a quando non capita qualcosa di insolito. Uno dei protagonisti (Vash) dice di spegnere le telecamere, probabilmente per entrare in un luogo dove è pericoloso filmare, dopo un po' il film riprende con immagini girate col cellulare (credo) in questo luogo, immagini forti, di siringhe infilate nel collo, dove la componente musicale aiuta a creare un buon clima di tensione. Questo mi ha ricordato un'elemento essenziale del cinema documentario: il mistero. Il luogo del mistero inteso come luogo dello spaesamento, ossia dove non riusciamo ad orientarci, il luogo dove si trova ciò che a noi è sconosciuto, è il luogo del documentario. Nel momento in cui il regista/spettatore entra nella realtà di Vash e Felce, quando entra nelle loro case mentre si riempiono di droga fino al limite, quando quindi raggiunge il posto dove non può più orientarsi da solo ma è costretto a seguire assiduamente chi quei luoghi li conosce perfettamente, capisce di essere nel documentario. Così però questo tipo di cinema ci inizia ad apparire come un luogo pericoloso e questo diviene senza dubbio evidente quando Herzog, uno dei documentaristi più importanti al mondo, si avvicina troppo a un vulcano che potrebbe eruttare (La Soufrière, 1977), portandoci, così facendo, difronte a quello che potrebbe essere il senso del documentario, ossia andare oltre ciò che è possibile riprendere. Nel caso di Herzog, però, è la natura a decidere cosa concedere alle riprese del regista tedesco e lui prende questa sfida come un'opportunità per eviscerare le possibilità della natura. Questo senso di andare oltre ciò che può essere ripreso, in Funeralopolis, invece, ci viene incontro proprio nel momento prima descritto, quando il regista inizia a riprendere col cellulare dove non può usare le telecamere. Qui il limite è imposto in modo razionale dall'uomo, di cui la propria stessa natura impedisce di riprendere la propria essenza. Se, tuttavia, questo espediente ci permette da una parte di oltrepassare quel varco, sono presenti molteplici situazioni, momenti, in cui è chi si trova davanti la cinepresa a oltrepassare un confine che va a modificare irrimediabilmente la natura stessa del contenuto, in questi momenti, Vash e Felce (certe volte esplicitamente per necessità della scena, altre volte meno esplicitamente ma pur sempre a causa della forma e della rete delle scene stesse) sembrano mostrarsi ben consapevoli degli occhi di chi osserva, del soggetto oltre l'oggetto, e irrimediabilmente il loro modo di porsi, di intonare nel dialogo, di muoversi nello spazio visibile ne viene alterato. Ma per definire l'alterazione della realtà bisogna prima interrogarsi sul significato di "realtà" nel cinema e in consecutiva chiedersi cosa differisce Funeralopolis dal cinéma vérité? Quest'ultimo trova nel suo nome la sua stessa definizione in un rapporto di causa efficiente: la verità è un effetto del cinema. Si tratta di una relazione ambigua, poiché quel che il cinema rappresenterà sarà irrimediabilmente verità in quanto identità con gli oggetti stessi che si troveranno all'interno dell'inquadratura. Malgrado ciò, non si può negare come al di fuori di un framing esistano relazioni tra gli oggetti rappresentati e proprietà di quegli oggetti stessi che falliranno nell'atto riflesso e, per il regista, volitivo e intenzionale della comprensione (intesa come presenza nell'immagine). Sarà forse più adeguato parlare - specie in questo caso - di cinema osservazionale, se non anche di cinema diretto: un cinema in grado di applicare a sé la realtà in un atto allocentrico rappresentandola nella sua reazione più spontanea. A modificare il rapporto col reale è, quindi, la presenza visibile o invisibile della macchina da presa, che agli occhi di Vash e Felce si presenta come una possibilità di mostrare seriamente quello che sono, più volte infatti raccontano alla telecamera della propria vita e delle proprie idee di pensiero. Ciò si scontra con la volontà di rappresentare senza filtri la vita dei due, ossia si scontrano il lato biografico e il lato documentaristico del film. Se quindi da un lato ci è piaciuto lo sforzo registico dietro tutta l'opera (supportato da una buona fotografia e un buon montaggio), dall'altro lato, ciò che ci dispiace è che il film non abbia avuto la possibilità (o il tempo) di risolvere questi suoi "dialoghi interiori" e che non abbia potuto esaurire le proprie immagini. Funeralopolis, infatti, il cui titolo rappresenta una città caratterizzata da riti funebri, manca proprio dell'immagine di quel "funerale" che per tutto il film si percepisce ma non si vede, forse tagliato a causa di esigenze di produzione.








mercoledì 4 gennaio 2017

Resoconto di un anno in crisi d'identità: riflessione sul 2016 e i film più interessanti che ci ha lasciato

Quasi inutile è rimarcare come il progresso più avanzi più avvenga con velocità, tanto che ogni anno lo sviluppo tecnico raddoppi quello dell'anno prima. Si tratta di un basilare rapporto causa effetto, un feedback positivo di cui ormai siamo consapevoli; di cosa ci tocca parlare quindi? Il 2016 è stato l'anno in cui abbiamo preso internet dentro di noi, l'ONU lo ha dichiarato un diritto umano, esso è diventato così fondamentale da essere ormai uno dei principi di identificazione del nostro pianeta: chi nel 2015 non usava internet nel 2016 ha iniziato a usarlo, chi non lo ha usato nel 2016 è adesso fuori dal mondo. I più simpatici sostenitori della razionalità bivalente hanno provato a risolvere il problema nelle semplici dicotomie "internet" e "vita reale" ma proprio il 2016 ha portato alla luce esempi che non possono semplicemente rientrare in una delle due definizioni, non c'è un dentro e fuori dalla rete e lo dimostra il modo in cui ormai si usano i social network, le nuove forme di intrattenimento ecc.; la rete appare più come un edificio organico nella nostra realtà. Perché parlare di tutto questo per poter parlare di cinema? Questa crisi delle distinzioni è sia causa che effetto del cambiamento che ha subito quella che in età arcaica veniva chiamata "settima arte". Il 2016 è stato l'anno che ha sdoganato la sperimentazione, il cinema contemplativo, il cinema nella sua autorialità più pura: Bela Tarr è uscito quasi tutto in dvd in un pratico cofanetto che si può trovare su Amazon a soli 35 euro, Lav Diaz ha vinto il festival di Venezia premiato da Sam Mendes, e su youtube Brakhage ha raggiunto le centomila visualizzazioni, e addirittura youtubers hanno inziato a fare video in cui parlano di Brakhage (si parla di emergenti, non di chi nel 2013, di Brakhage, ne parlava già). Anche noi abbiamo subito la crisi del 2016 che a me piace chiamare "di identità" (plur.) perché sono proprio quest'ultime che ci vengono a mancare. Siamo passati dal fare meme a scrivere articoli, abbiamo abbandonato registi vecchi per scoprire registi nuovi, ma allo stesso tempo abbiamo capito l'insufficienza della logica delle distinzioni, del "meme" e "non meme". Sappiamo che ciò causerebbe paradossi e ne abbiamo la dimostrazione quando vediamo consigliato come film del giorno il video di "Famous" di Kenya West, quando gli youtubers iniziano a girare video col fare molto ""cinematografico"" e qualcuno decide di chiamarli "artisti". Noi abbiamo preso una strada fuori dalle pretese dell'autodefinizione, qualcuno ci ha chiamato "tumore della critica" e questo ci offende, non per il "tumore" ma per il "critica", perché al massimo quello che abbiamo sempre fatto è stata "influenza", quando quelle poche volte vi abbiamo influenzato a guardare un film di cui abbiamo parlato piuttosto che un altro, e la nostra portata è crollata drasticamente, i nostri post sono scesi dai 600 mi piace fissi a, al massimo, 100 mi piace occasionali; ma il numero di persone che seguono la pagina curiosamente ha sempre continuato a salire e questo ci porta a credere che forse c'è qualcuno a cui la nostra influenza è utile, o almeno simpatica. Con ciò finisco questa lunga premessa, quelli che seguiranno sono quei pochi film che noi abbiamo ritenuto meritevoli di menzione, che ci sono piaciuti, che abbiamo preferito al resto o che riteniamo significativi per definire un anno cinematografico indefinibile. 


After the storm - Hirokazu Koreeda



Un film del 2016 che merita sicuramente una visione è l’ultima opera del regista e sceneggiatore giapponese Hirokazu Koreeda, che porta in scena una commovente storia famigliare dove la regia e la fotografia sono completamente a servizio delle emozioni che vuole trasmettere.
Risulta subito palese l’amore che Koreeda prova per tutti i suoi personaggi: anche quando magari essi non compiono azioni positive lo spettatore non viene indotto a giudicare l’azione, bensì a comprenderla. Si crea inoltre una certa armonia tra i suoi personaggi che riscalda il cuore dello spettatore, nonostante il film racconti di una coppia che non si ama ormai più e di un figlio che si ritrova in mezzo, con un padre purtroppo molto assente in quanto il suo affidamento è alla madre.
Importantissimo nel film è il ruolo della tempesta, o del tifone per meglio dire,  che viene atteso per tutto il film e acquisendo quasi un valore simbolico, portando lo spettatore ad immaginarlo come un possibile disastro anche per le relazioni tra i personaggi del film, ma il tifone diventa un’opportunità, un’opportunità di ricominciare a costruire un rapporto da zero, come un edificio che viene ricostruito dopo il violento passaggio di una tempesta.


Un padre, una figlia - Cristian Mungiu



Il secondo film che merita di essere visto e inserito in questa lista è il nuovo film del regista rumeno Cristian Mungiu, il quale porta in scena una situazione famigliare che viene sconvolta dopo una tentata violenza sessuale ai danni della figlia di Romeo, medico, ma prima di tutto premuroso padre che farebbe di tutto per la figlia, tanto da spronarla costantemente in vista di un imminente test che garantirebbe alla figlia di poter studiare in Inghilterra.
Il tentato stupro però sblocca una situazione che fino a quel momento era rimasta in stallo e le tensioni famigliari vengono rapidamente a galla. Mungiu dirige il tutto alla sua solita maniera, guadagnandosi il premio alla miglior regia al Festival di Cannes: il suo è un cinema di personaggi che attendono, personaggi che fanno accordi segreti tra di loro, di lunghe camminate al buio come in 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (2007), altra pellicola del regista rumeno che visivamente risulta molto simile a questa ultima opera. 
Il regista rumeno ha sempre cercato di portare al cinema realtà di un paese che ha vissuto e che vive, coi suoi primi due film mostrava una crudezza che arrivava senza la volontà dei protagonisti, essi sono influenzati all'agire in tale maniera dallo stato in cui vivono, tale che nonostante le azioni dei personaggi nessuno appare come un antagonista tranne, appunto, il loro paese. In Un padre, una figlia è tutto esattamente così, nonostante questo sembri paradossalmente più delicato dei precedenti; solo lo stupratore può essere considerato il personaggio cattivo ma egli non si vede mai, quasi non interessa al film, lo possiamo vedere come un semplice evento possibile in una tale realtà.

La comune - Thomas Vinterberg



Thomas Vinterberg aveva sicuramente già attirato su di sé gli occhi con l’acclamato film “Il Sospetto” (2012) questo si sa, una cosa che non si sa - o meglio che è passata sotto gli occhi di poca gente - è stata l’uscita del suo ultimo film: “La Comune”, nel quale una famiglia eredita un’enorme casa troppo grande per abitarci da sola. Si decide così di ospitare altre famiglie e creare appunto una casa comune, una piccola comunità di persone con proprie regole e gerarchie che si creeranno poi col tempo.
La regia del film risulta subito molto funzionale alla narrazione e alla volontà di Vinterberg di trasmettere le emozioni dei propri personaggi tramite l’utilizzo dell’immagine, utilizzandola anche per creare una sorta di rapporto tra lo spettatore e il personaggio perso in considerazione.
L’idea della comune è però destinata a fallire quando all’interno di questa microcomunità si creano delle rotture che portano la gente a schierarsi ed infrangere le regole precedentemente imposte.

Kubo e la spada magica - Travis Knight 



Questo film catturò la mia attenzione quando vidi un video backstage che mostrava un'attenta animazione in stop motion classico. Quando lo vidi completo le aspettative a livello visivo vennero incredibilmente superate, la più grande sorpresa di quest’anno per quanto riguarda le opere prime. La trama è semplice: nell'antico Giappone, un ragazzino, Kubo, vive con la madre in una grotta, di giorno si reca in città per fare il cantastorie, mentre di notte è costretto a tornare nella grotta poiché è perseguitato da 2 misteriose donne che si palesano appunto solo al calar del sole. 
Knight inventa una storia ed un universo che riesce a colpire lo spettatore soprattutto visivamente, in quanto il film è coloratissimo e l'animazione attenta nei dettagli unita a composizioni in cui moltissimo spazio è lasciato alla natura circostante, crea inquadrature e sequenze piacevoli e interessanti. Nonostante esso sia un prodotto teoricamente indirizzato ad un pubblico di minore età, la sceneggiatura non si risparmia sviluppi tragici evitando di cadere in esagerati buonismi a differenza della maggior parte dei film d'animazione.
Buone anche le prove dei doppiatori, che riescono a dare personalità ai vari personaggi che rimangono impressi nella memoria dello spettatore.

Lo and Behold/Dentro l'inferno - Werner Herzog



Il 2016 è stato anche l'anno in cui Netflix ha raggiunto la sua maggiore diffusione, e se ci eravamo già stupiti a fine 2015 di trovare su questo sito uno dei capolavori di Reygadas, non ci siamo più stupiti quando uno dei migliori documentaristi al mondo ha deciso di realizzare un'esclusiva Netflix. Ad oggi su Netflix Italia è possibile trovare 3 documentari di Herzog, ma uno non è del 2016 quindi non ne parleremo. "Into the Inferno" è un'opera di un grande impatto visivo, girate con una qualità altissima le riprese dei vulcani risultano impressionanti, il rosso acceso della lava incandescente contrapposto al verde della natura incontaminata e al blu cristallino dell'acqua che la circonda crea splendide suggestioni. Il regista utilizza queste immagini per aggiungere elementi in più al suo discorso sulla natura portato avanti in tutte le sue opere: nei suoi film essa appare sempre come sovrumana, sia nella forza che nella comprensione. Il vulcano è allo stesso tempo creatore e distruttore, Herzog ne aveva già parlato in "La soufriere" e in "Ecounters at the end of the world", lo dice lui stesso qui e cerca di completare il cerchio, senza mai nascondere il fascino che prova per essi. Herzog stesso non manca in questo film, egli non evita mai di esprimere, anche in poche parole, la sua impressione sui fatti che sta osservando, utilizza gli stessi vulcani per analizzare l'ambiente che li circonda, che siano piccoli villaggi tribali o la nord Corea di Kim Jong-un dove afferma che gli intervistati non gli siano mai sembrati totalmente onesti. Gli ultimi suoi lavori, infatti, sembrano molto utili per conoscere Herzog come persona, per capire le sue scelte e i cambiamenti che compie seguendo la sua strada, come l'approccio alla tecnologia in "Lo and Behold", presentato al Sundance, dove affronta per la prima volta un tema da cui si è sempre tenuto lontano, l'esatto "nemico" della natura se vogliamo essere poetici. In effetti si percepisce che questo sia un terreno poco esplorato dal regista, si sofferma a parlare con stupore e a volte anche sentimentalismo di realtà di cui (forse) noi ne sappiamo di più, ma allo stesso tempo non assume mai un atteggiamento chiuso o totalmente negativo: dedica lo stesso numero di capitoli sia ai pro che ai contro, mostrando alcune volte sincero stupore per gli sviluppi della tecnologia. Non manca di dedicare due capitoli alla natura, a come essa si ribella e/o si ribellerà a questo progresso della tecnica, ma pure essendosi da tempo schierato con essa non si chiude nelle sue convinzioni, non può evitare di guardare in faccia al cambiamento, al mondo com'è ora, e cercando di capire le cause che hanno sancito tali passaggi, si prepara a fare il suo di passaggio, che è già accaduto quando è passato dalla pellicola al digitale e ancora una volta quando ha deciso di "concedersi" (concedendo i suoi lavori) alla rete, a Netflix, ad aprirsi ad una possibilità che essendo ormai così diffusa diviene quasi l'unica possibilità.

The Age of Shadows - Jee-woon Kim 



Dopo la pessima esperienza americana con il deludente “The last stand” il regista sud-coreano Kim Jee-woon torna finalmente con un film uscito in patria, insieme ai soliti Song Kang-ho e Lee Byung-hun, entrambi alla quarta collaborazione.
“The age of shadows” è un film di spionaggio frenetico, che non lascia allo spettatore neanche il tempo di prendere fiato, non lo lascia allo spettatore ma soprattutto ai suoi personaggi, sempre in fuga da qualcosa o in mezzo a qualche scontro a fuoco o addirittura alla ricerca di qualcuno in fuga. 
Kim jee-woon mette in scena un film imprevedibile sulla forza degli ideali rivoluzionari contro l’oppressione del regime giapponese, dove gli ideali vengono impersonificati sia da personaggi pieni di valori e privi di macchia che da personaggi che affogano nei rimorsi di ciò che hanno compiuto per il bene della rivoluzione.

The Handmaiden - Chan-wook Park



Nel 2016 arriva anche l’ultimo lavoro di Park Chan-wook, “The Handmaiden”, liberamente tratto dal romanzo “Ladra” di Sarah Waters.
Ambientato nella Corea occupata dai giapponesi alle soglie del secondo conflitto mondiale, il film è incentrato su un complotto di un falsario e una ladra ai danni di una ricca ereditiera giapponese. Park prosegue la sua evoluzione stilistica iniziata con Lady Vendetta, continuando a limare la violenza visiva e a rendere più complesso ed elegante il suo modo di girare, e l’eleganza della regia è rimarcata dall’ottima fotografia di Chung Chung-hoon, qui alla sesta collaborazione col regista.
Quello che davvero fa di The Handmaiden un gran film, nonché uno dei migliori dell’anno ormai passato, oltre a una buona sceneggiatura fatta di personaggi discretamente scritti e un ottimo intrigo di colpi di scena, flashback e qualche spiegone giustificato e ben inserito, è il suo lato erotico, allo stesso tempo esplicito e visivamente raffinato. Si potrebbe dire che l’eros di questo film sia più spinto di Oldboy, ma contemporaneamente più elegante di Thirst. E credetemi, un “69” così artisticamente mostrato credo di non averlo mai visto.
Da questo punto di vista si potrebbe intendere come una sintesi dell’evoluzione del regista coreano, e dunque un lavoro assolutamente valido di un regista la cui capacità è da tempo una garanzia.

Safari - Ulrich Seidl



Presentato alla 73esima edizione della mostra del cinema di Venezia, “Safari”, l’ultimo film di Ulrich Seidl porta ad un nuovo livello lo stile pseudo-grottesco del regista australiano. 
“Safari” è un documentario, molto crudo, sulla crudele pratica che è appunto quella branca del safari che consiste nella caccia e uccisione degli animali selvatici. Il lato grottesco del film però sta nel fatto che le persone che vengono mostrate a svolgere tale pratica sono (per la maggior parte) persone che soffrono di obesità, persone esageratamente ignoranti, o addirittura persone totalmente inconsapevoli del fatto che stanno privando un essere della vita unicamente per divertimento.
Il safari ci viene mostrato come un macabro rituale composto da diversi passaggi, tra questi l’uccisione dell’animale acquisisce anch'esso un lato grottesco, in quanto le persone compiono la battuta di caccia da postazioni talmente sicure da rendere la pratica ancora più ridicola di quanto già lo sia, tutto questo con armi da fuoco lunghissime e molto potenti che, tramite delle interviste agli abitudinari di questa pratica, sono conosciute perfettamente dai propri proprietari, quasi come fossero un’estensione del loro corpo.

La tartaruga rossa - Michael Dudok de Wit



Presentato nella sezione Un Certain Regard, frutto della collaborazione tra lo Studio Ghibli e altri studi di animazione europei, completamente privo di dialoghi "La Tartaruga Rossa" è il secondo film che abbiamo deciso di inserire in questa lista. Un uomo naufraga su un'isola deserta, la esplora, cerca di sopravvivere e costruendosi una zattera cerca di scappare, più volte, ma ogni volta qualcosa gli impedisce la fuga tenendolo lì. L'assenza di dialoghi è una scelta a dir poco perfetta per un film del genere, permette di godersi al massimo i disegni, i suoni dell'isola, la musica che a volta accompagna leggera e altre si fa più forte. L'assenza di parole fa in modo che ogni azione dei personaggi sia emotivamente forte il doppio, che la natura abbia le stesse identiche capacità di questi, facendo così diventare protagonista ogni cosa: il mare, il cielo, il sole, la luna, le stelle, la spiaggia, l'uomo, la tartaruga, la foresta, i granchi, i pesci, gli uccelli, il vento e l'isola ripresa da lontano.

The Neon Demon - Nicolas Winding Refn



Eccoci finalmente arrivati al film forse più riuscito in questa annata cinematografica.
Refn, che negli ultimi film si era fatto notare per la sua estetica tanto da farsi chiamare superficiale, si pone il compito di mettere in scena un mondo basato proprio sulla perfezione estetica, ed è quindi compito della giovanissima Elle Fanning impersonare questa perfezione, tramite il nome di Jesse, una ragazza che sogna di sfondare nel mondo della moda. L’impatto con questo universo risulta subito molto violento, Jesse si ritrova in una tana di serpenti che non aveva immaginato, serpenti invidiosi della sua bellezza naturale che il tempo al momento le dona, bellezza che ormai loro hanno perso e che hanno sostituito con operazioni di chirurgia.
Jesse avrà un successo rapidissimo ed enorme, altrimenti non poteva essere, in quanto ella è perfetta, candida e pura, pura finché non inizia a capire le regole di questo nuovo mondo nella quale ormai ha deciso di abitare; avviene così un cambiamento suggerito dalla sempre presente regia di Refn che fa, appunto, dell’estetica il punto forte, creando un film pieno di colori, luci, piena di rimandi al cinema horror italiano, in particolare a Bava e Argento (a quest’ultimo in particolate Refn dedica palesemente una scena che riprende il rosso acceso di Suspiria). Sono proprio la fotografia e la regia in questo film a fare tutto il lavoro, paradossalmente anche quello della sceneggiatura, perché il contenuto di questo film è esattamente nella sua forma, come si sarebbe potuto altrimenti rappresentare l'ossessione per la perfezione formale, plastica, apollinea in un mondo dove la bellezza raggiunge i limiti estremi tanto da degenerare, senza utilizzare un'estetica estrema: forse unica cosa che a Refn riesce, che fa di questo il suo film, forse, più riuscito.

venerdì 23 settembre 2016

Recensione - Halley: l'uomo come cometa che brucia e si sgretola

"Perché ci ammaliamo e moriamo?" questa è la domanda che si fa Beto e allo stesso tempo Sebastian Hofmann, regista messicano autore di "Halley" (2012). 


Una domanda a cui è impossibile rispondere ma, guardando questo film, allo stesso tempo impossibile da ignorare. Hofmann ci mostra da vicinissimo i dettagli della malattia di Beto, ci mette difronte alla putrefazione della sua carne, ai profondi tagli nella sua pelle, alla lenta distruzione del suo corpo e della sua vita. Halley è quindi la storia di uno "zombie" - inteso più come "non vivo" che come "non morto" - consapevole della trasformazione che sta avendo e ormai totalmente abbandonato ad essa: la malattia lo rende sempre più debole e lo costringe ad abbandonare lentamente le cose che caratterizzavano la sua vita monotona, e ogni volta che un tassello della sua monotonia viene distrutto, Beto si accorge di essere sempre meno vivo. Nonostante la sorte a cui lo ha costretto - poiché ogni personaggio è frutto della mente del regista - Hofmann non ha alcuna pietà per il suo protagonista, poiché il suo corpo muore ma la sua mente rimane lucida, e viene circondato da una realtà a lui totalmente nemica: come la palestra aperta 24h dove lavora come guardiano notturno, dove corpi sani ostentano al massimo la potenza dei loro movimenti, quest'ultimi catturati con attenzione eccessiva dal regista, come se volesse infliggere un'ulteriore tortura a chi è costretto a guardare i muscoli degli altri sapendo che i suoi sono ormai morti. Oltre ciò, Beto è completamente solo, vive da solo, mangia da solo ed affronta da solo la sua trasformazione; la solitudine viaggia parallela alla sua malattia e alla stessa velocità, arrivando ad incidere lo stesso peso sulla sua vita.


Si può essere soli anche senza essere malati però, ed è questa la sentenza di Hofmann che più ci colpisce, e ce lo ricorda quando una donna, capo di Beto, viene rifiutata proprio da quest'ultimo, che con una frase semplice: "tu sei una donna sola", cessa in un secondo la libido di entrambi e li riporta alla realtà, poiché egli è già saturo della sua solitudine e non vuole - e il suo corpo non glielo permette - farsi carico della solitudine degli altri. Il protagonista di Halley è quindi come una cometa (appunto la cometa di Halley del titolo), egli si trascina lentamente e con lentezza si dissolve come la cometa si dissolve nello spazio, si sgretola, smette di "bruciare", smette di percorrere la sua strada e si accascia a terra pronto a scomparire, ma così come la cometa è destinata a ritornare, anche Beto ritorna, rimanendo incastrato in un limbo tra la vita e la morte. Con la consapevolezza di questo limbo, nella parte finale del film, Beto decide di lasciarsi andare al suo bisogno di vivere, bisogno che raggiunge un limite che il suo corpo non può sopportare, ma che Beto "distrugge" pur di soddisfarlo; e il film si conclude con le due inquadrature, a mio parere, più belle e allo stesso tempo più forti del film: il corpo mutilato della "cometa", e le mosche nate dalla sua carne, che volano in un barattolo. 





mercoledì 21 settembre 2016

Due parole su The VVitch: un "nuovo" horror indipendente


The VVitch (A New-England Folktale) non inizia con una lenta introduzione ai personaggi: viene inquadrata prima la foresta - elemento fondamentale del film, un luogo che rinchiude i protagonisti nella propria vastità - poi il bambino che un secondo prima c'è e il secondo dopo no, infine la strega del titolo. Questi sono solo i primi sei minuti. Un inizio forte, veloce, che permette al resto del film di costruirsi senza accelerazioni forzate, inutili, intente a non annoiare lo spettatore; vengono quindi, adesso, introdotti i personaggi e la loro realtà, i legami tra di loro e come ognuno affronti la tragedia appena accaduta. Tutto ciò dà il tempo allo spettatore di riprendersi dallo shock iniziale e di entrare lentamente in questo scenario del diciassettesimo secolo, minuziosamente curato nella scenografia, nei costumi, negli oggetti di scena, completamente girato con luci naturali e in inglese antico, cosa che arricchisce questo film con interessanti riferimenti storici (alla fine del film una didascalia ci informa che questo è stato tratto da testimonianze e racconti dell'epoca). 

La fattoria viene inizialmente accolta come un dono e ciò contribuirà ad aumentare la disillusione e la rabbia del capo famiglia 
Il caprone nero è l'elemento di mistero del film, Eggers pone più volte l'attenzione su di lui sia registicamente, sia a livello narrativo 
Un horror storico, quindi, questo lungometraggio dello statunitense Robert Eggers, che è potenzialmente uno dei film più importanti dello scorso anno, poiché si discosta quasi completamente dalla definizione odierna di horror, dai moderni film ambientati in case abbandonate, con jumpscare costanti che ottengono solo uno spavento momentaneo, o scene splatter truculente che provocano disgusto. Eggers infatti non cerca questo, le scene di violenza o di paura sono ridotte al minimo e durano il tanto che basta a far capire allo spettatore cosa accade, per poi concludersi in uno sfondo nero. L'atmosfera è il vero punto di forza del film: il modo in cui il regista costruisce la tensione, come utilizza la colonna sonora e una regia fatta di primi piani soffocanti che si alternano a inquadrature a campo largo, lasciando lo spettatore disorientato dal bosco e dai personaggi. Questi ultimi, ultimo tassello dell'opera, che circondati da una forza malvagia, si distruggono a vicenda, mangiati completamente da una paura che li porta quasi a dimenticare che prima erano una famiglia, e tira fuori le tensioni e i rancori del passato che erano rimasti congelati e nascosti; quasi un "La cosa" di John Carpenter ma adattato al microcosmo famigliare, in una piccola fattoria inglese del seicento. Robert Eggers è quindi un nome da non dimenticare, è riuscito ad ottenere un ottimo risultato da un budget ristretto, riprova del fatto che ormai le sorprese migliori arrivano solo dal cinema indipendente.




martedì 20 settembre 2016

Recensione - Lo Zoo di Venere: il crepuscolo del 31 dicembre

È notte. Una macchina si schianta contro un cigno e successivamente contro un palo, a bordo di essa c’è una donna al volante ricoperta di piume e uova rotte che urla per il dolore, e due donne sedute dietro, con le teste appoggiate tra di loro; mentre tutto ciò accade 2 ragazzini tirano con fatica per il guinzaglio il loro cane, dietro di loro vi è un’enorme scritta blu al neon: ZOO. 


Inizia così “Lo zoo di Venere” (1985), terzo lungometraggio del regista britannico Peter Greenaway e prima collaborazione con Sacha Vierny, direttore della fotografia che il regista definirà in futuro, a seguito di numerosi lavori insieme, il suo più grande collaboratore.
Greenaway, reduce dal buon "I misteri del giardino di Compton House", decide di fare un film sulla vita e sulla morte, ispirato da un video velocizzato di un topo in decomposizione e probabilmente per via delle varie influenze paterne: il padre infatti era un appassionato di animali, in particolare di uccelli, e lo fece crescere a contatto con la natura, facendo così sviluppare anche al figlio un certo interesse; stesso discorso per l’edilizia che porterà poi Greenaway a girare “Il ventre dell’architetto” due anni più tardi.
Sarà infatti la decomposizione ad ossessionare i due fratelli protagonisti, decomposizione che secondo essi nasconde il significato dell’altrimenti inspiegabile morte delle proprie mogli; comincerà così un lungo viaggio attraverso l’evoluzione della vita sul pianeta Terra partendo dall’inizio, quando è nata, per arrivare alla morte dell’essere umano, che viene considerata la fine, in quanto l’essere umano simboleggia la perfetta rappresentazione della vita, dato che è l’essere a capo della catena alimentare. Sarà quindi un viaggio che ci accompagnerà durante tutta la durata della pellicola poiché, come viene fatto notare nel film, se con una proporzione comparassimo il lasso di tempo che è passato da quando è nata la vita sul nostro pianeta ad un anno solare, l’uomo spunterebbe durante il crepuscolo del 31 dicembre.
Il viaggio di Greenaway comincia con una mela, e prosegue passando dagli invertebrati ai pesci, per poi passare ai rettili, e, dopo diversi altri passaggi arrivare al punto finale, l’uomo, il punto che dovrebbe dare una risposta ai due fratelli; nel frattempo essi incontrano la donna alla guida della macchina sulla quale hanno perso la vita le mogli, lei invece perde una gamba, rovinando così la simmetria che la natura ha regalato agli esseri viventi, tema che diventa molto importante man mano che il film prosegue, quando i fratelli riveleranno addirittura di essere gemelli e inizierà una trasformazione che li porterà ad essere sempre più identici, come le due O nella parola ZOO.




Come sempre nel cinema di Greenaway la narrazione passa in secondo piano per dare spazio alla regia (che secondo il regista è l’elemento fondamentale che serve per trasmettere l’emozione allo spettatore, più di una buona sceneggiatura) composta quasi prevalentemente da inquadrature fisse o carrellate che seguono un asse trasversale, che richiamano quasi una documentazione, come se il film fosse una sorta di esperimento; non mancano però scene nella quale si palesa la passione per l’arte del regista britannico: oltre ad essere presenti inquadrature che richiamano vari dipinti, ci sono omaggi al pittore olandese Jan Vermeer che viene anche citato più volte durante il film, tutto questo accompagnato dalla musica di Michael Nyman che si adatta benissimo alla pellicola e riesce ad evidenziare alcune sequenze rendendole memorabili.
Per concludere, quindi, consiglio a tutti la visione di questa pellicola, molto importante per il cinema seguente di Greenaway, poiché qui si può dire nasca il suo stile (che secondo me ne "I misteri del giardino di Compton House" viene accennato ma poi messo in secondo piano per diverse ragioni) ma soprattutto le sue tematiche, che porterà avanti per la sua carriera e che tutt’oggi prende ancora in considerazione.










martedì 13 settembre 2016

Un insolito bisogno, che spinse dei giovani ad aprire un Blog.

Avevo 17 anni quando vidi per la prima volta 'Il buono, il brutto, il cattivo' di Sergio Leone, certo fu un po' tardi, di solito Leone è uno di quei registi che vedi da piccolo insieme ai nonni mentre essi ti spiegano cosa effettivamente stai vedendo, ma questo non è importante; mentre Lee Van Cleef, Clint Eastwood e Eli Wallach si allontanavano dal centro della piazzetta collocata dentro il cimitero messicano, mi accorsi che il mio corpo stava tremando per via dell’euforia che quel momento stava scatenando dentro di me; non sapevo bene cosa fosse, non mi era mai capitata una cosa del genere, avevo sempre visto film solo e unicamente per curiosità, solo per vedere un’altra storia, senza rimanerne quindi coinvolto, restando uno spettatore esterno che si limita ad osservare da lontano. Da quel giorno decisi di non vedere più semplicemente i film, ma di vedere il cinema, di smettere di guardare unicamente blockbuster o filmetti stupidi che mi avrebbero fatto solamente perdere tempo, ma di iniziare a conoscere la storia di esso, di rispettarlo in quanto arte e non considerarlo più come semplice intrattenimento, come un’industria che produce in base a quello che lo spettatore medio vuole vedere.Iniziai così a divorare filmografie su filmografie, a scoprire sempre nuovi registi e a farmi un’idea su di loro, documentandomi dopo la visione di ogni film, partendo da cinema europeo per poi passare a quello asiatico e poi di nuovo tornare indietro, scoprire poi i massimi esponenti di nazioni di cui prima cinematograficamente non si sapeva nulla.Tutto questo per rivivere quel primo momento, per sentirsi di nuovo parte di un film, per arrivare al punto di coinvolgimento tale che il film visionato diventi determinante dello stato d’animo; cito quindi una frase che recita Samuel Fuller (regista statunitense) nel film “Il bandito delle 11” di Jean-Luc Godard che rappresenta l’idea che ho della settima arte: “Il cinema è come un campo di battaglia: amore, odio, azione, violenza, morte, in una parola: emozione”
"Il buono Il brutto Il cattivo", Sergio Leone (1966)
"Pierrot le Fou", Jean-Luc Godard (1965)

Il giorno stesso che abbiamo deciso di aprire questo blog abbiamo capito che serviva un'articolo di "spinta", non potevamo subito pubblicare le nostre recensioni nuove o già fatte, ci serviva qualcosa di forte e che nello stesso tempo esprimesse il motivo di quello che facevamo/avremmo fatto; è così che scavando nella nostra memoria sono venuti fuori, per la prima volta, i dettagli del primo approccio al cinema di ognuno di noi, che a molti potrebbero sembrare trascritti in maniera troppo romanzata, ma per noi sono descritti semplicemente in modo, assolutamente, sincero. E perché c'è bisogno di tutta questa (sdolcinata) sincerità? Perché essa è l'elemento fondamentale per costruire un rapporto di fiducia, una fiducia che collega noi a voi e, insieme, noi al cinema, e il cinema ai registi che lo compongono; ed è una fiducia che serve, necessaria nel momento in cui ci sentiamo circondati da prese in giro, quando viene usato un tale mezzo per attirare pubblico con l'unico scopo di ottener guadagno, e si perde il senso della scrittura, della condivisione, del cinema. Sarò quindi onesto con voi e vi dirò che un blog della pagina esisteva già e questo nasce dalle sue ceneri, con un occhio nostalgico verso quei tempi e un forte desiderio di essere qualcosa di diverso, per essere qualcosa di nuovo. Perché, sostanzialmente, è questa la continua ossessione di ogni linguaggio: essere qualcosa di nuovo; ma il cinema in questo riesce sempre, e ci riesce con una forza incredibile, mentre è allo spettatore/scrittore di cinema, che questo "rinnovarsi" chiede più impegno. Se riusciamo, però, a divorare il cinema con un'onesta passione e col minor pregiudizio possibile, più film vedremo, più registi o generi o correnti cinematografiche spulceremo, più la nostra sensibilità avrà modo di crescere e avremo (tutti) sicuramente qualcosa di interessante da dire, ed è nostro diritto, se non dovere, condividere le nostre riflessioni o impressioni o semplici sensazioni con chi, come voi, ama il cinema e il suo linguaggio comunicativo fatto di immagini in movimento. Ed è questo quello che ancora oggi la nostra pagina (e di conseguenza questo blog) si propone di fare, condividere qualcosa che riguardi il cinema con chiunque ne sia affascinato, o anche facilitare l'esistenza a chi vorrebbe iniziare ad approcciarvisi. Che sia diffondendo qualche buon titolo non troppo mainstream nella speranza che qualcuno lo recuperi e ne tragga qualcosa di buono, o cimentandoci in qualche recensione che forse alcuni troveranno interessante, o semplicemente riflettendo su qualsiasi cosa abbia a che fare con questa arte meravigliosa. Questo "impero del cinema" (Empire of Cinema è un nome che ci portiamo dietro da tantissimo tempo e che ci terremo legati per molto) si basa quindi sulla fiducia reciproca per affrontare un impegno comune, che può essere sia quello di conoscere il cinema per conoscere la storia e il linguaggio, sia quello di conoscere il cinema per ri/conoscerci come persone. Per questo ultimo motivo vi lascio così, con questo altro frammento della nostra "persona": 


Credo sarebbe più comodo per tutti, e specie per me, affermare che non ho sin da subito avuto un approccio al cinema. Chi è che può affermare di averlo avuto, del resto? Complimenti a chi può fare una simile affermazione. Non ho avuto subito un approccio al cinema poiché, innanzitutto, come ogni ragazzino che si rispetti ho vissuto un primo avvicinamento a film specifici. Che si parli della Disney, dei film più grezzi dei fratelli Coen o di Mamma ho perso l'aereo. Visioni molto randomiche, senza quindi possedere delle intenzioni o una visione d'insieme. Il mio primo reale approccio al cinema in quanto tale e in quanto mezzo espressivo risale, piuttosto, a poco dopo il raggiungimento della maggiore età: a cavallo del 2012, per essere esatti.Per quanto possa sembrar banale affermarlo, quello per me fu un periodo di enorme fragilità psicofisica. Per motivi di varia natura, c'era in me un desiderio enorme di cambiamento e di maturazione. Ero in intorpidita ricerca di qualcosa cui ancorarmi, ma non per lasciarmi trascinare da esso: piuttosto per usarlo a mio vantaggio, per far sì che quella cosa mi aiutasse di nuovo a provare qualcosa di sano per poter poi allargare questo nuovo sentimento anche ad altro, o ad altri.Tutto ciò credo di averlo poi raggiunto, verso la fine dell'estate del 2012, e certamente per molteplici cause e contributi. Tuttavia, tra queste, ve n'è una in particolare che riconosco e che, oggi, amo in un ampio senso del termine. Si parla, e immagino non ci sia alcuna sorpresa in ciò, del cinema.Non ricordo esattamente con quale pellicola iniziò: poteva esser tanto un von Trier, quanto un De Sica, quanto anche un Kurosawa o un cortometraggio di Keaton. O, perché no, La città incantata dello studio Ghibli (cosa che ancora potrebbe apparir scontata). Non è però importante, per me, ricordarmi di questo passaggio. Certamente, ci sono moltissimi film specifici che hanno letteralmente scavato ferite benefiche nella mia mente e han tracciato solchi che si sono irrimediabilmente intrecciati tra di loro. Ciò che amo di tutti essi, però, più che la loro individualità è la forza espressiva, la capacità di aggiungere un livello di realtà rispetto al nostro. Un livello che non si trova al di sotto, o al di sopra, ma che procede lungo un percorso parallelo. Ciò che amo del cinema, attualmente, non è esattamente quel che è più facilmente accessibile alla coscienza: piuttosto, ciò che è quasi subliminale. Io amo, anche inconsapevolmente, i concetti che si nascondono dietro una scelta. Amo le forme e le configurazioni che si dispiegano davanti ai miei occhi, i suoni (al di là della loro eventuale e non necessaria sintassi) che irradiano il mio udito, le inquadrature che dirigono la mia attenzione, i colori che si incastrano (magari anche in modo a prima vista 'cacofonico'), e la mia comprensione, amo la cultura, la storia, il pensiero politico da cui sorgono certe idee messe a disposizione della vista, e amo che l'esperienza di un'altra persona, le sue idee, le sue gioie e i suoi dolori si mostrino con una tale forza davanti al mio sguardo e davanti alla mia comprensione. Il momento della 'visione' (che è anche un termine così ampio e bello) non è per me un momento di distrazione dal mio vivere quotidiano, o di unico intrattenimento: è anche un momento di arricchimento, di conoscenza, di comunicazione. Non esisto solo io in quella stanza o nella sala. Sensazioni multiple, altrimenti inaccessibili, mi vengono trasmesse da individui che hanno avuto l'intenzione di trasmettere e comunicare (al di là dell'oggetto originario della comunicazione), e contribuiscono a rendermi l'individuo che sono nell'attualità. E di questo sarò sempre grato.
"Sherlock Jr.", Buster Keaton  (1924)

"Spirited Away", Hayao Miyazaki (2001)