mercoledì 21 settembre 2016

Due parole su The VVitch: un "nuovo" horror indipendente


The VVitch (A New-England Folktale) non inizia con una lenta introduzione ai personaggi: viene inquadrata prima la foresta - elemento fondamentale del film, un luogo che rinchiude i protagonisti nella propria vastità - poi il bambino che un secondo prima c'è e il secondo dopo no, infine la strega del titolo. Questi sono solo i primi sei minuti. Un inizio forte, veloce, che permette al resto del film di costruirsi senza accelerazioni forzate, inutili, intente a non annoiare lo spettatore; vengono quindi, adesso, introdotti i personaggi e la loro realtà, i legami tra di loro e come ognuno affronti la tragedia appena accaduta. Tutto ciò dà il tempo allo spettatore di riprendersi dallo shock iniziale e di entrare lentamente in questo scenario del diciassettesimo secolo, minuziosamente curato nella scenografia, nei costumi, negli oggetti di scena, completamente girato con luci naturali e in inglese antico, cosa che arricchisce questo film con interessanti riferimenti storici (alla fine del film una didascalia ci informa che questo è stato tratto da testimonianze e racconti dell'epoca). 

La fattoria viene inizialmente accolta come un dono e ciò contribuirà ad aumentare la disillusione e la rabbia del capo famiglia 
Il caprone nero è l'elemento di mistero del film, Eggers pone più volte l'attenzione su di lui sia registicamente, sia a livello narrativo 
Un horror storico, quindi, questo lungometraggio dello statunitense Robert Eggers, che è potenzialmente uno dei film più importanti dello scorso anno, poiché si discosta quasi completamente dalla definizione odierna di horror, dai moderni film ambientati in case abbandonate, con jumpscare costanti che ottengono solo uno spavento momentaneo, o scene splatter truculente che provocano disgusto. Eggers infatti non cerca questo, le scene di violenza o di paura sono ridotte al minimo e durano il tanto che basta a far capire allo spettatore cosa accade, per poi concludersi in uno sfondo nero. L'atmosfera è il vero punto di forza del film: il modo in cui il regista costruisce la tensione, come utilizza la colonna sonora e una regia fatta di primi piani soffocanti che si alternano a inquadrature a campo largo, lasciando lo spettatore disorientato dal bosco e dai personaggi. Questi ultimi, ultimo tassello dell'opera, che circondati da una forza malvagia, si distruggono a vicenda, mangiati completamente da una paura che li porta quasi a dimenticare che prima erano una famiglia, e tira fuori le tensioni e i rancori del passato che erano rimasti congelati e nascosti; quasi un "La cosa" di John Carpenter ma adattato al microcosmo famigliare, in una piccola fattoria inglese del seicento. Robert Eggers è quindi un nome da non dimenticare, è riuscito ad ottenere un ottimo risultato da un budget ristretto, riprova del fatto che ormai le sorprese migliori arrivano solo dal cinema indipendente.