martedì 20 settembre 2016

Recensione - Lo Zoo di Venere: il crepuscolo del 31 dicembre

È notte. Una macchina si schianta contro un cigno e successivamente contro un palo, a bordo di essa c’è una donna al volante ricoperta di piume e uova rotte che urla per il dolore, e due donne sedute dietro, con le teste appoggiate tra di loro; mentre tutto ciò accade 2 ragazzini tirano con fatica per il guinzaglio il loro cane, dietro di loro vi è un’enorme scritta blu al neon: ZOO. 


Inizia così “Lo zoo di Venere” (1985), terzo lungometraggio del regista britannico Peter Greenaway e prima collaborazione con Sacha Vierny, direttore della fotografia che il regista definirà in futuro, a seguito di numerosi lavori insieme, il suo più grande collaboratore.
Greenaway, reduce dal buon "I misteri del giardino di Compton House", decide di fare un film sulla vita e sulla morte, ispirato da un video velocizzato di un topo in decomposizione e probabilmente per via delle varie influenze paterne: il padre infatti era un appassionato di animali, in particolare di uccelli, e lo fece crescere a contatto con la natura, facendo così sviluppare anche al figlio un certo interesse; stesso discorso per l’edilizia che porterà poi Greenaway a girare “Il ventre dell’architetto” due anni più tardi.
Sarà infatti la decomposizione ad ossessionare i due fratelli protagonisti, decomposizione che secondo essi nasconde il significato dell’altrimenti inspiegabile morte delle proprie mogli; comincerà così un lungo viaggio attraverso l’evoluzione della vita sul pianeta Terra partendo dall’inizio, quando è nata, per arrivare alla morte dell’essere umano, che viene considerata la fine, in quanto l’essere umano simboleggia la perfetta rappresentazione della vita, dato che è l’essere a capo della catena alimentare. Sarà quindi un viaggio che ci accompagnerà durante tutta la durata della pellicola poiché, come viene fatto notare nel film, se con una proporzione comparassimo il lasso di tempo che è passato da quando è nata la vita sul nostro pianeta ad un anno solare, l’uomo spunterebbe durante il crepuscolo del 31 dicembre.
Il viaggio di Greenaway comincia con una mela, e prosegue passando dagli invertebrati ai pesci, per poi passare ai rettili, e, dopo diversi altri passaggi arrivare al punto finale, l’uomo, il punto che dovrebbe dare una risposta ai due fratelli; nel frattempo essi incontrano la donna alla guida della macchina sulla quale hanno perso la vita le mogli, lei invece perde una gamba, rovinando così la simmetria che la natura ha regalato agli esseri viventi, tema che diventa molto importante man mano che il film prosegue, quando i fratelli riveleranno addirittura di essere gemelli e inizierà una trasformazione che li porterà ad essere sempre più identici, come le due O nella parola ZOO.




Come sempre nel cinema di Greenaway la narrazione passa in secondo piano per dare spazio alla regia (che secondo il regista è l’elemento fondamentale che serve per trasmettere l’emozione allo spettatore, più di una buona sceneggiatura) composta quasi prevalentemente da inquadrature fisse o carrellate che seguono un asse trasversale, che richiamano quasi una documentazione, come se il film fosse una sorta di esperimento; non mancano però scene nella quale si palesa la passione per l’arte del regista britannico: oltre ad essere presenti inquadrature che richiamano vari dipinti, ci sono omaggi al pittore olandese Jan Vermeer che viene anche citato più volte durante il film, tutto questo accompagnato dalla musica di Michael Nyman che si adatta benissimo alla pellicola e riesce ad evidenziare alcune sequenze rendendole memorabili.
Per concludere, quindi, consiglio a tutti la visione di questa pellicola, molto importante per il cinema seguente di Greenaway, poiché qui si può dire nasca il suo stile (che secondo me ne "I misteri del giardino di Compton House" viene accennato ma poi messo in secondo piano per diverse ragioni) ma soprattutto le sue tematiche, che porterà avanti per la sua carriera e che tutt’oggi prende ancora in considerazione.